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IL TONNO NON BASTA

  • Immagine del redattore: RUO
    RUO
  • 14 apr
  • Tempo di lettura: 7 min

R.U.O. – Research Unit One | Position Paper




Quote, Mediterraneo e debolezza strutturale dell’Italia nella governance europea della pesca



Abstract

Ogni volta che in Italia viene adottato un decreto sulle quote del tonno rosso, il dibattito pubblico tende a leggerlo come prova di peso politico nazionale. Questa rappresentazione è solo parzialmente vera e, se assunta come chiave generale, risulta fuorviante. L’Italia mostra una capacità non irrilevante nella gestione interna delle opportunità di pesca, ma continua a essere più debole nella definizione della cornice strategica europea, nella costruzione di una priorità mediterranea e nella traduzione della sostenibilità biologica in riequilibrio territoriale, trasparenza allocativa e reale valorizzazione della piccola pesca. Il tonno rosso è un segmento importante, ma non può diventare il simbolo che oscura le fragilità complessive del sistema.


Premessa


C’è un equivoco italiano che andrebbe corretto con urgenza. Ogni volta che arriva un decreto sulle quote del tonno rosso, una parte del sistema politico-amministrativo si comporta come se fosse stata vinta una battaglia strategica. Si celebra la quota, si esibisce il riparto, si rivendica il risultato. Ma ricevere una possibilità di pesca non significa, di per sé, avere guidato il negoziato né aver orientato davvero la politica della pesca. Significa, più modestamente, che si è ottenuta una porzione di ciò che è stato costruito dentro una cornice più ampia, nella quale l’Italia partecipa, certamente, ma non sempre imprime una direzione riconoscibile. È qui che comincia la debolezza: quando il beneficio operativo viene confuso con la forza politica.


1. La tesi di fondo


La tesi di questo documento è netta: l’Italia tende a confondere il buon esito amministrativo del riparto con una effettiva centralità politica nella governance della pesca. Tale confusione genera una narrazione pubblica distorsiva. Il conseguimento o la redistribuzione di quote viene presentato come indice di forza nazionale, mentre restano più deboli la capacità di incidere sul quadro regolativo europeo, la costruzione di una linea mediterranea coerente e la volontà di trasformare la sostenibilità in giustizia allocativa.

Un Paese può ottenere una quota e tuttavia non essere decisivo nella formazione della cornice che ha portato a definirne criteri, limiti, gerarchie e priorità. Per questo, il vero discrimine non è tra presenza e assenza, ma tra partecipazione subalterna e capacità di orientamento.


2. Forte nel riparto, debole nella cornice


La debolezza italiana non consiste nell’essere fuori dal sistema, ma nell’esserci troppo spesso in modo amministrativamente utile e politicamente non abbastanza incisivo. L’Italia sa gestire il risultato, ma appare meno forte quando si tratta di determinarne il contesto. È attenta a contendersi la quota, ma meno capace di imporre il proprio punto di vista sulla grammatica complessiva della politica della pesca.

Qui sta una prima fragilità strutturale: la tendenza a scambiare l’amministrazione del beneficio per la produzione della regola. È una postura difensiva, non guida strategica. E in un settore come la pesca, dove interessi economici, sostenibilità biologica, sicurezza alimentare, equilibrio territoriale e relazioni internazionali si intrecciano, questa differenza è decisiva.


3. Il Mediterraneo come questione irrisolta


Per l’Italia, la pesca non può essere letta soltanto attraverso il prisma del tonno rosso. Il vero banco di prova è il Mediterraneo: il mare della pressione sugli stock, delle restrizioni, delle riduzioni dello sforzo di pesca, delle chiusure, delle fragilità delle marinerie, dei conflitti distributivi e delle economie costiere in affanno. Eppure il dibattito pubblico tende a concentrarsi sul segmento più spendibile mediaticamente, lasciando sullo sfondo il quadro più complesso.

Questa rimozione produce una seconda debolezza. L’Italia vive il mare come questione vitale, ma non riesce ancora a trasformare fino in fondo il Mediterraneo in una priorità politica europea all’altezza del suo peso reale. Si insiste sul dato più prestigioso, mentre altri comparti continuano a essere segnati da compressione, incertezza e ridimensionamento. Così il successo di un segmento rischia di funzionare come copertura simbolica di una sofferenza sistemica più ampia.


4. Il nodo vero: a chi serve davvero la quota?


Un decreto sulle quote non va valutato solo in termini quantitativi. Occorre chiedersi come la quota viene distribuita, con quali criteri, con quale trasparenza e a vantaggio di quali soggetti. Il punto non è soltanto quanta quota arriva all’Italia, ma chi la intercetta in concreto e se il sistema sia davvero capace di correggere concentrazioni storiche e squilibri di potere.

Sotto questo profilo, l’apertura alla piccola pesca costiera merita una valutazione positiva. Essa introduce un elemento di riequilibrio e riconosce che la sostenibilità non coincide necessariamente con la concentrazione industriale dello sforzo di pesca. Tuttavia, proprio perché il grosso del sistema continua a gravitare intorno ai segmenti storicamente più forti, questa correzione appare ancora più importante sul piano del segnale politico che su quello della trasformazione strutturale.

In altre parole: il decreto corregge qualcosa, ma non ridisegna ancora i rapporti di forza del comparto.


5. Piccola pesca: riconoscimento reale o funzione simbolica?


La piccola pesca è il test più serio della credibilità redistributiva del sistema. Se viene evocata come formula di equilibrio o come segnale sociale, ma senza un accesso realmente significativo e stabile alle opportunità, il suo riconoscimento rischia di restare prevalentemente simbolico.

Una politica moderna della pesca dovrebbe considerare la piccola pesca non come capitolo residuale, ma come segmento strutturale per almeno quattro ragioni: per la tenuta delle economie costiere, per la distribuzione territoriale del reddito, per la qualità e tracciabilità del prodotto, per la rilevanza di pratiche a basso impatto. Se questo salto di qualità non si compie, la piccola pesca continua a essere nominata molto più di quanto venga realmente rafforzata.


6. Sostenibilità biologica e sostenibilità sociale


La tutela della risorsa è condizione necessaria, ma non sufficiente. Una regolazione rigorosa sul piano biologico non esaurisce il problema della giustizia del sistema. Se la sostenibilità non viene accompagnata da accessibilità economica, pluralismo del comparto e stabilità sociale delle comunità costiere, il rischio è che essa si traduca in compressione selettiva dei segmenti più deboli, lasciando relativamente intatti i rapporti di forza pregressi.

La politica della pesca, per essere credibile, deve saper tenere insieme quattro obiettivi: difesa della risorsa, redditività della filiera, riequilibrio distributivo e continuità territoriale delle economie del mare. Ogni sostenibilità che ignori uno di questi elementi resta incompleta.


7. La discrezionalità amministrativa come punto sensibile


Particolarmente delicata è la presenza di margini di successiva distribuzione o di quote non immediatamente assegnate. Una certa elasticità può essere utile e persino necessaria per correggere squilibri o adattarsi a esigenze territoriali differenziate. Tuttavia, quanto più ampio è lo spazio di discrezionalità, tanto più forte deve essere l’obbligo di trasparenza, motivazione e verificabilità.

Nel settore della pesca, la discrezionalità amministrativa non è mai neutra. È il punto in cui la gestione della risorsa incontra pressioni categoriali, interessi territoriali, aspettative economiche e rapporti di forza consolidati. Per questo, la qualità del procedimento non è un tema secondario: è parte integrante della giustizia del risultato.


8. La debolezza rappresentativa del sistema


Esiste poi un problema più profondo, che riguarda la rappresentanza. Un sistema che ascolta soprattutto i soggetti più organizzati tende inevitabilmente a riprodurre gli assetti che già li favoriscono. La questione della piccola pesca, delle organizzazioni minori e dei segmenti a basso impatto non è dunque laterale: è il luogo in cui si misura il grado di effettiva apertura della governance.

Un comparto davvero sostenibile non è soltanto biologicamente regolato. Deve essere anche rappresentativamente equilibrato. Dove questa pluralità non si realizza, la distribuzione della quota rischia di ratificare rapporti di forza preesistenti, anziché correggerli.


9. Perché il tonno rischia di diventare un alibi


Il tonno rosso è importante. Sarebbe sbagliato sminuirne il rilievo economico, politico e simbolico. Ma proprio per questo può trasformarsi facilmente in un alibi comunicativo. Il segmento più visibile e più prestigioso finisce per occupare l’intero racconto pubblico, mentre sotto la superficie restano irrisolte le vere fragilità del sistema: la difficoltà del Mediterraneo, la compressione di altri comparti, il nodo redistributivo, la persistente debolezza della piccola pesca, la scarsa capacità italiana di trasformare il mare in una questione politica europea.

Quando il successo di un segmento pregiato viene utilizzato per evitare una lettura complessiva della struttura della pesca nazionale, la politica smette di descrivere la realtà e comincia a selezionarla in funzione del consenso.


10. La posizione di R.U.O.


R.U.O. ritiene che il tema delle quote di tonno rosso debba essere ricondotto entro una lettura più ampia e più rigorosa. La politica della pesca non può essere giudicata sulla base di un solo segmento, né il buon esito di un riparto può essere presentato come prova autosufficiente della forza italiana. Il punto decisivo è un altro: l’Italia deve passare da una postura prevalentemente allocativa a una postura realmente strategica.

Ciò significa saper costruire una linea mediterranea forte, rendere trasparenti i criteri di distribuzione, rafforzare la piccola pesca in modo non simbolico, integrare sostenibilità biologica e sostenibilità sociale, riequilibrare la rappresentanza interna del comparto e accrescere la propria capacità di incidere sulle priorità europee.


11. Indirizzi operativi


Da questa analisi discendono alcuni indirizzi che appaiono prioritari.

Primo. L’Italia deve definire una linea esplicitamente mediterranea, trattando la pesca nel Mediterraneo come questione strategica di sicurezza alimentare, lavoro, legalità economica, equilibrio territoriale e coesione delle comunità costiere.

Secondo. La comunicazione istituzionale dovrebbe distinguere con chiarezza tra successo amministrativo del riparto e reale capacità di orientamento politico, evitando di presentare l’incremento delle quote come prova sufficiente di centralità nazionale.

Terzo. L’accesso della piccola pesca alle opportunità deve diventare strutturalmente più incisivo, così da evitare che il suo riconoscimento resti soprattutto simbolico.

Quarto. Ogni margine di discrezionalità successiva deve essere accompagnato da criteri pubblici, motivazioni verificabili e procedure trasparenti.

Quinto. La sostenibilità biologica deve essere integrata con misure capaci di sostenere la filiera, la stabilità del reddito, l’innovazione selettiva, la qualità del prodotto e la resilienza delle economie costiere.

Sesto. Occorre rafforzare i canali di effettiva partecipazione dei segmenti meno forti della filiera, evitando che il sistema decisionale resti dominato dai soli soggetti storicamente più strutturati.


Conclusione


Una politica della pesca all’altezza dell’interesse nazionale non si misura dal comunicato con cui si ripartisce una quota. Si misura dalla capacità di imporre una linea, di rappresentare un mare, di correggere squilibri, di dare voce ai segmenti più deboli e di trasformare la sostenibilità in giustizia allocativa.

Finché il tonno resterà il simbolo attraverso cui si evita di nominare la debolezza complessiva del sistema, l’Italia continuerà a scambiare una buona notizia settoriale per una prova di potere politico. Il tonno conta, ma non basta. E se non basta, allora è da lì che bisogna ricominciare: non dalla celebrazione del riparto, ma dalla costruzione di una strategia.


Posizione RUO in sintesi: l’Italia non è assente nella politica della pesca, ma continua a essere più forte nell’amministrare quote che nel determinare cornici; il tonno rosso è importante, ma non può occultare il deficit mediterraneo, redistributivo e rappresentativo del sistema.

 
 
 

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